Media Relations, come aumentare la copertura mediatica


Fin dalla nascita delle relazioni pubbliche, il posizionamento sui media ha rappresentato per il relatore pubblico il Sacro Graal di ogni campagna.

Le relazioni pubbliche puntano a ottenere la migliore diffusione sugli earned-media, in quanto ogni volta che un organo di stampa o radio-televisivo menziona un brand in un articolo o un servizio, tale copertura mediatica, proveniendo da una fonte indipendente, aggiunge credibilità e contribuisce a fare apparire il brand come leader di settore.

Oggi però, con la riduzione delle redazioni e con i giornalisti continuamente bombardati da comunicati e pitch, come può una campagna stampa, basata sulle media relations, avere possibilità di successo? I giornalisti devono rispettare rigide scadenze e ragionevolmente, se si perde un'occasione di intervista o non si risponde per tempo, il giornalista semplicemente andrà avanti e si rivolgerà a un'altra fonte.

La competizione oggi è resa altissima per effetto del ‘rumore di fondo’ provocato dall’eccessiva facilità al ricorso alla comunicazione da parte di attori, non necessariamente professionali, di qualsiasi tipo e dimensione che ‘intasano’ gli organi di informazione con comunicati e informazioni di dubbia rilevanza, rincorrendo più il minuto di notorietà che un preciso obiettivo strategico di comunicazione.

E’ infatti un fenomeno molto diffuso, in molte realtà aziendali, quello di puntare ad una diffusione ‘statistica’ di informazioni ai media, spesso sotto forma di comunicati stampa, inviando a masse indefinite e non precisamente segmentate di organi di stampa, blogger, giornalisti e redazioni radio-televisive, le proprie comunicazioni, nella speranza di ottenere la massima copertura mediatica possibile.

Questo metodo, alquanto barbaro, punta su una redemption fisiologica di circa il 2% che, per essere ‘efficace’, necessita di invii superiori ai tremila recipients. In pratica è fisiologico incontrare in maniera assolutamente casuale e contingente la disponibilità alla pubblicazione di un comunicato quando lo si invia a numeri molto alti di destinatari. Questo metodo che può comprensibilmente risultare soddisfacente per piccole realtà, magari non profit e senza budget per la comunicazione, è però cosa ben diversa dal pianificare, strutturare e gestire una campagna sui media.

L’esperto di relazioni con i media utilizza diversi metodi per ottenere la maggior copertura mediatica possibile per i propri clienti e molti concordano che essa dipenda molto dalla capacità di ascolto, dalla sensibilità strategica, dall’esperienza e dalla bravura del professionista, ma ricordiamoci che anche le aspettative del committente e la ricettività dei media hanno un loro peso specifico in questo processo.

Alcuni clienti, infatti, si pongono irragionevoli aspettative in merito all’interesse dei media nei loro confronti e credono che tutto ciò che riguardi il loro brand sia degno di nota. Ciò non è, quasi, mai vero e pertanto il relatore pubblico per espletare bene il proprio lavoro deve faticare oltremodo per ottenere la piena collaborazione del committente nell’individuazione delle notizie che possono ottenere maggiore copertura mediatica. La riprogettazione di un sito web, ad esempio, di solito non è una notizia di valore e solo un’opportuna codifica del messaggio strategico da parte di un (bravo) relatore pubblico, può trasformare una normale informazione agli stake-holder in una notizia appetibile per la stampa.

Per il relatore pubblico è quindi fondamentale concentrarsi sui vari trend in atto sui media locali e nazionali e sullo stream di notizie del settore considerato, per collegare agevolmente il brand a tali tendenze. Il lavoro di mappatura, monitoraggio ed ascolto strategico dei media costituisce la parte più rilevante del lavoro di media relations e sicuramente non la più semplice.

La connessione strategica, inoltre, è una parte fondamentale dell'intero processo di conquista della copertura mediatica. Le relazioni sono al centro di qualsiasi campagna mediatica di successo e le relazioni pubbliche sono progettate per aiutare le organizzazioni a comunicare con i pubblici di proprio interesse. Si tratta di costruire relazioni e fiducia. Ogni professionista delle relazioni pubbliche, ha promosso e costruito, nel tempo, relazioni con contatti del mondo dei media accreditandosi come fonte attendibile e rilevante rispetto agli argomenti da loro trattati.

Scopo del relatore pubblico non è semplicemente quello di far apparire una organizzazione migliore di quanto essa sia in realtà, puntando all’orientamento delle impressioni dei media; piuttosto, e questo rappresenta il suo compito fondamentale, egli si propone di ascoltare il pubblico, condividere notizie esclusive, creare connessioni, ottenere influenza e costruire la brand-awareness in modo misurabile e significativo.

La copertura sugli earned-media permette di condividere il messaggio-chiave con i pubblici predisposti e pronti ad ascoltare, consolidando la loro fiducia ed evitando di bombardarli con informazioni che non hanno richiesto. Solo attraverso un’attenta analisi della segmentazione delle audience-target, operata all’interno della mappatura dei media, può definire un port-folio di testate ed altri organi d’informazione sui quali possa valere la pena effettuare le proprie campagne.

Le media relations non si fanno però comodamente seduti alla propria scrivania. Grazie alla tecnologia, i comunicatori hanno oggi il mondo a portata di mano ma è bene ricordare che, sebbene questi strumenti abbiano facilitato la raccolta dati e la ricerca di contatti in tutto il mondo, niente può sostituire le relazioni create nella vita reale. Sempre più manager oggi incoraggiano il team a lasciare la propria postazione e non trascorrere troppo tempo in ufficio. In particolare, i responsabili delle relazioni con i media necessitano mediamente di spendere un buon 30% del loro tempo fuori dall'ufficio, al fine di stringere e ‘riscaldare’ le relazioni con contatti media.

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Diritto di rettifica, come e quando esercitarlo


Nel nostro Paese, quando ci si sente lesi da un articolo pubblicato da un giornale, o più semplicemente si riscontrano dati o informazioni errati, quando non travisati, l’ordinamento giuridico prevede l’esercizio del diritto di rettifica.

Le rettifiche devono fare riferimento allo scritto che le ha determinate e devono essere pubblicate nella loro interezza, purché contenute entro il limite di trenta righe, con le medesime caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce direttamente alle affermazioni contestate.

Per le testate quotidiane, cartacee o web, le rettifiche devono essere pubblicate, non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.

Per i periodici, le rettifiche sono pubblicate, non oltre il secondo numero successivo alla settimana in cui è pervenuta la richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la notizia cui si riferisce.

L’esercizio del diritto di rettifica risulta d’importanza fondamentale per evitare che siano date informazioni non corrispondenti alla verità dei fatti. In particolare sul web, dove le notizie permangono ad libitum dopo la loro pubblicazione, essendo sempre reperibili attraverso i motori di ricerca, risulta di estrema utilità l’esercizio del diritto di rettifica che, quando richiesto legittimamente, raramente viene rifiutato per via delle conseguenze legali che il rifiuto da parte della testata potrebbe comportare.

Dal punto di vista formale la richiesta di pubblicazione, indirizzata al Direttore Responsabile, deve contenere la seguente formula:

“A norma della Legge 416/1981, con la presente si chiede la pubblicazione della seguente rettifica ..."

Come impostare il rapporto con i giornalisti nelle media relations


Spesso il rapporto tra giornalisti e addetti alle relazioni media non è armonico. Da un lato, i giornalisti sono stanchi di ricevere informazioni e comunicati stampa che non hanno nulla a che fare con l'ambiente in cui operano, dall’altro le agenzie di Relazioni Pubbliche li pressano cercando di ottenere la pubblicazione delle notizie.

Ecco alcuni suggerimenti per migliorare le relazioni con i media:

1. Definizione ‘chirurgica’ dell’obiettivo

Una delle cose che più preoccupa un giornalista è quello di vedersi la casella di e-mail intasata da messaggi impersonali che non corrispondono agli argomenti di cui solitamente scrivono. Per questo motivo è molto importante inviare informazioni ai giornalisti che trattino effettivamente l’argomento evitando di fare invii di massa a gruppi indefiniti di giornalisti.

Ma come si fa a identificarli? Un buon modo è quello di effettuare delle ricerche sulle testate in merito alle notizie di interesse per il vostro settore o sulla concorrenza. Nell'analizzare questo tipo di media si arriva a conoscere come scrivono questi giornalisti e ciò rende possibile inviare solo le informazioni che realmente possono essergli d’interesse.

2. Atteggiamento collaborativo

Un giornalista, mediamente, non impiegherà più di un minuto a leggere il vostro comunicato stampa, cercando di capire quello che si vuole comunicare. Bisogna quindi fare in modo di trasmettere un messaggio chiaro e preciso.

Come detto in precedenza, i giornalisti hanno molti problemi da affrontare e il nostro obiettivo è quello di facilitare loro il compito fornendo contenuti con titoli semplici e dare loro le informazioni più utili (chi, cosa, quando, dove e perché) espresse per mezzo di frasi brevi e chiare, possibilmente agevoli da copiare e incollare. In definitiva, a causa del poco tempo che hanno, bisogna rendere il loro lavoro redazionale più facile.

3. La qualità paga

Con l'ascesa dei social network e l'accesso alle informazioni da qualsiasi luogo, il modo in cui i giornalisti lavorano è cambiato, e continua a farlo continuamente. Questo però dal punto di vista quantitativo, quando infatti si tratta di informazione di qualità il metodo resta quello tradizionale basato sulla ricerca, verifica ed integrazione delle informazioni che il giornalista ha a disposizione. In questi casi, il giornalista avrà più tempo e cercherà un contatto più frequente con le fonti delle informazioni al fine di reperire informazioni e contenuti il più possibile originali e verificati.

Quando ci si trova in uno di questi casi è sempre meglio stabilire un contatto telefonico ed incontri di persona, al fine di poter cooperare con il giornalista nel modo più accurato possibile, fornendo notizie, approfondimenti ed insight il più possibile di qualità e non già pubblicati precedentemente.

4. Essere flessibili e cercare di essere disponibile 'ma non troppo'

Nei rapporti con i media, la pazienza è tutto! Tranne casi particolari nessuno vi correrà dietro per sapere le ultime notizie su un argomento e quindi ogni occasione di contatto con la stampa non va sprecata. In particolare, quando si riveste il ruolo di relazione con i media in una realtà di media e grande entità, al di là dell’importanza e dell’influenza della stessa, bisognerà mettersi a completa disposizione dei media facendo il possibile per venire incontro alle esigenze, e soprattutto alle urgenze, di questi.

Ciò però non deve determinare la consegna di facoltà direttive ai media sugli argomenti di propria pertinenza, questo nuocerebbe al potere contrattuale dell’ente per cui si comunica, bensì si tenderà a mostrare ampia disponibilità alla collaborazione sinergica e cercare il più possibile di venire incontro alle esigenze dei media. La disponibilità seppur ‘controllata’ è una qualità che i giornalisti apprezzano molto in quanto lavorano perennemente sotto pressione di immediatezza.

5. Mappatura dei fenomeni contingenti

Aver ottenuto un’uscita sulla stampa una volta non significherà automaticamente avere la disponibilità del giornalista a pubblicare ogni vostro comunicato in futuro. Le uscite sui media sono spesso dettate da fattori contingenti e a volte viene data attenzione a notizie che, altrimenti, non sarebbero state minimamente prese in considerazione per la pubblicazione.

Se curate le relazioni con i media, oltre alle normali attività di mantenimento delle relazioni con i giornalisti, quali la partecipazione ad eventi, incontri personali e telefonici, si rende spesso necessaria una mappatura dei fenomeni contingenti, ovvero quei trend di notizie che potrebbero fare da volano alla visibilità delle vostre. A volte queste notizie sommerse, che non ‘bucano’ ma che vengono rilevate in quantità dalla stampa, possono infatti fornire un aggancio per l’interesse dei media ed un ‘traino’ alla redemption della vostra notizia.

KPI e media relations, gli Indicatori Chiave di Prestazione nelle relazioni media


KPI è l’acronimo inglese di Key Performance Indicator (Indicatore Chiave di Prestazione), una misura di progresso particolarmente importante per monitorare le performance dell’impresa in termine di metrica, target, misura e impatto.

Impostare una batteria di KPI aiuta a definire il modo in cui un’organizzazione effettua il monitoraggio sulla produzione e permette di poter adattare le proprie linee di azione verso obiettivi chiari e misurabili.

Se usati in modo efficace, i KPI possono costituire uno strumento essenziale a favore delle campagne sui media per qualsiasi organizzazione, in particolare quelle più grandi e strutturate.

Qui di seguito si elencano quattro KPI, calcolabili individualmente, che possono aiutare il manager delle media relations ad ottenere una visione essenziale e sintetica in merito ai risultati di una campagna sulla stampa:

  • Audience reach (audience raggiunta)
    Questo KPI indica la capacità di raggiungere il pubblico. L’audience reach corrisponde al numero stimato di persone che la campagna ha raggiunto come risultato di una attività di media relations.
    È calcolato prendendo a riferimento la media di ascolto di ogni singolo elemento di copertura (articoli, servizi radio tv, etc.) incrociato con la quantità di permanenza di ognuno di essi sui mezzi.
  • Total Items of coverage (totale degli elementi di copertura)
    Il totale degli elementi di copertura è un elenco completo di ogni singola sorgente media nella campagna in questione, includendo tutto ciò che va dalle interviste radio e televisive ai post sui blog fino anche alle competizioni online.
    Oltre a questo elenco, come parte di un report di copertura personalizzato, viene generalmente costruita una mappa completa di copertura regionale che mostri esattamente dove i messaggi hanno avuto maggiore impatto e quali parti del paese siano state maggiormente influenzate dalla campagna.
  • AVE - Total Advertising Value Equivalency (Valore Pubblicitario Equivalente)
    Questo indicatore corrisponde al costo monetario che la stessa copertura avrebbe comportato se raggiunta attraverso l’acquisto di moduli pubblicitari ed è calcolato in base al valore medio dello spazio pubblicitario e del tempo di trasmissione.
    Il concetto di Valore Pubblicitario Equivalente (AVE) ha generato un certo dibattito nel campo delle public relations, perché questo concetto sembra in grado di calcolare il valore monetario relativo alla copertura mediatica e, per estensione, consente alle media relations di confrontare i propri risultati con quelli dell’advertising.
  • PR Value (valore di PR)
    Questo indicatore misura il valore monetario totale degli outlet mediatici impiegati in una campagna.
    Ad esempio, i valori allocati alle emittenti televisive vengono calcolati prendendo le cifre d'ascolto Auditel e determinando una cifra (percentuale) di valore relativo per ciascuno di essi. Ad esempio, quattro elementi di copertura sulle emittenti televisive nazionali con un valore PR di 100 offriranno un valore totale della campagna di 400.

Non c’è dubbio che gli Indicatori Chiave di Prestazione siano utili al team per comprendere come le loro attività contribuiscano a raggiungere gli obiettivi organizzativi più importanti.

Declinare una visione sintetica delle performance su diverse piattaforme multimediali si rivela fondamentale per creare campagne mediatiche di successo e raggiungere utenti e stake-holder con il contenuto giusto, nel posto giusto, al momento giusto.

E-mail dei giornalisti italiani, dove trovarle


Realizzare da soli una media-list può richiedere del tempo e potrebbe essere comunque difficile ottenere tutti i dati di cui si necessita. Negli ultimi anni, alcune società di comunicazione, hanno costruito delle banche dati di contatti utili per la stampa, non solo giornalisti ma anche decision-maker, opinion-maker e leader etc.

Acquistando un abbonamento, o un annuario, si potrà pertanto beneficiare di enormi liste di contatti da cui estrapolare i dati dei contatti che si intendono inserire nella propria media-list.

Di seguito alcune caratteristiche di questi servizi:

Agenda del Giornalista


L’Agenda del Giornalista uno strumento professionale per chi lavora nel campo dell'informazione, della comunicazione e del marketing. Offre una dettagliata fotografia del mondo dei media e della comunicazione in Italia. Fornisce i contatti diretti (telefoni, indirizzi, fax, e-mail) delle redazioni giornalistiche della carta stampata, radio, tv e degli uffici stampa e comunicazione di aziende, enti e istituzioni.

L’Agenda del Giornalista è fornita in versione cartacea ed in formato digitale. In quest’ultima i dati di giornalisti, media, uffici stampa e comunicatori pubblici sono raccolti in quattro banche dati collegate, con più di duecentomila riferimenti in costante aggiornamento.

Nella banca dati media è possibile effettuare la ricerca delle testate giornalistiche (agenzie di informazione, quotidiani, periodici, radio, televisioni) per nome, settore, città, periodicità, diffusione. In questa banca dati è possibile cercare anche editori e concessionarie di pubblicità. I risultati sono ordinati in tabulati con la possibilità di esportare esternamente i dati in formato Excel.

Mediaddress


Mediaddress offre la possibilità di selezionare delle mailing-list di giornalisti e di testate filtrabili per circa una quarantina di categorie, consentendo la pianificazione di invii mirati ai soli giornalisti che si occupano di determinati argomenti per le testate, compresi i freelance e i collaboratori esterni.

Poter filtrare le categorie al massimo livello di dettaglio si rivela molto utile poiché evita di sovraccaricare di comunicati stampa indesiderati le caselle di posta dei giornalisti e permette di estrapolare delle liste specifiche per fare dei re-call efficaci.

Su Mediaddress poi è stata introdotta, di recente, una sezione relativa ai blog ed all’informazione on-line che permette di esplorare la nuova frontiera dell’ufficio stampa 2.0 ovvero le on-line media relations. Un ulteriore plus offerto da Mediaddress consiste nella possibilità di integrare anche la piattaforma di invio dei comunicati stampa on-line potendo così utilizzare lo strumento ovunque, ottenendo un report personalizzato di ricezione per ogni singolo giornalista.

Spazio-RP


RP 3.0 è uno strumento professionale che permette di creare liste di giornalisti, effettuando ricerche in un ampio archivio di giornalisti e opinion-leader e di esportarle esternamente in formato Excel per poter arricchire la propria media-list con nuovi nominativi e recapiti.

RP 3.0 contiene un elenco di quarantamila giornalisti che lavorano all’interno delle redazioni di tutte le testate italiane, sia nazionali che locali. Il sistema permette di effettuare ricerche sulla base di diversi parametri consentendo di individuare chi sono i redattori, i blogger e i freelance più interessati ad un argomento, anche molto di nicchia, all’interno delle redazioni locali dei quotidiani, stazioni radio, canali televisivi e agenzie di stampa.

Press Kit, come costruire una buona cartella stampa


Il press-kit viene di norma richiesto agli uffici stampa dai giornalisti, o anche dai blogger, che intendano scrivere un articolo incentrato su un’organizzazione, su un prodotto o servizio. Esso contiene generalmente una descrizione della storia e delle attività, informazioni sui principali membri dello staff, fotografie, immagini descrittive e un comunicato stampa recente.

Lavorando con tempistiche molto strette, i giornalisti si aspettano completezza, ma soprattutto velocità, quando richiedono informazioni ad un’organizzazione. Per questo è sempre bene avere a disposizione un press-kit, così da poter fornire rapidamente un insieme di informazioni, complete e aggiornate, ai giornalisti interessati a scrivere un pezzo.

Vi sono peraltro occasioni specifiche in cui è assolutamente essenziale produrlo, come ad esempio le conferenze stampa, le presentazioni di prodotto, eventi promozionali e fiere in cui è stata invitata la stampa.

Un press-kit tipo include:

· Il comunicato stampa con la notizia più recente - La presentazione di un nuovo prodotto o servizio, un cambio al vertice, la presentazione del bilancio, la presentazione di un evento etc. Nel caso di una conferenza stampa, il comunicato deve coincidere tassativamente con il motivo per cui la stampa è stata convocata;

· Notizie sintetiche sull’organizzazione – Alcune schede con la storia, la missione ed il core-business, meglio se integrate da commenti, i cosiddetti virgolettati, espressi dalla dirigenza o dalla governance dell’organizzazione;

· Un supporto digitale - Un cd-rom, dvd-rom o meglio una pen-drive USB con la versione digitale dei comunicati, materiale fotografico in alta risoluzione per la stampa e, qualora se ne abbia a disposizione, un video.

Il press-kit viene generalmente consegnato al giornalista all’interno di una cartellina aziendale. In quanto al ‘confezionamento’ del press-kit è buona prassi stampare i comunicati su carta intestata dell’organizzazione, e ‘brandizzare’ i supporti digitali con il logotipo dell’organizzazione, rendendo il più possibile accattivante e distintivo il packaging. Naturalmente è necessario allegare alla cartellina il biglietto da visita del responsabile delle relazioni media, ai fini di ulteriori contatti futuri.

Nel caso di una richiesta pervenuta via e-mail è possibile inviare i file componenti il press-kit, usando però l’accortezza di non allegare file di dimensioni complessive superiori al mega-byte. In alternativa è possibile utilizzare strumenti cloud quali onedrive di Microsoft, Google Drive o Dropbox al fine di condividere cartelle contenenti file di grosse dimensioni.

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We the media … Ognuno di noi è un personal-media



Inizio questo post, proponendovi la seguente citazione …

“L'utilizzo incrociato di più network sicuramente può avere degli effetti interessanti ma in realtà non ci sono regole fisse e, come nelle arti marziali, bisogna trovare la propria via personale all'utilizzo di queste risorse integrandole nel proprio bagaglio di strumenti lavorativi.”

Capisco che la succitata proposizione possa sembrare scontata, oggi in effetti è abbastanza normale che professionisti, startupper, politici e molte altre categorie curino il loro personal-branding attraverso un mix di social media/network e lo facciano seguendo un percorso personale, cercando di emergere dal rumore di fondo della rete grazie a scelte ed intuizioni personali.

Voglio però precisare che la citazione è estrapolata da una mia dichiarazione rilasciata al mensile femminile Glamour nel 2004, in un articolo che potete ritrovare riprodotto, sin dall’epoca, sul sito Nomads di Salvatore Romagnolo*.

Probabilmente nel novembre del 2004, qualche minuto-luce prima dell’avvento di Facebook e solo dopo un anno di sperimentazione dei social-network (il profilo Linkedin da cui vi scrivo è stato acceso nel novembre del 2003) non era così scontato pensare che in futuro il web avrebbe dato l’opportunità a chiunque, almeno dotato di buona volontà e di una connessione internet, di diventare un personal-media, quando non addirittura un vero e proprio brand.

Il web 2.0, ma solo dopo l’avvento del mobile, ha dato finalmente a tutti la possibilità di poter costruire un proprio stream informativo, di crearsi una propria audience e di instaurare relazioni con gli influenti quando non addirittura porsi come un brand di successo per visibilità e, nei casi più apprezzabili, per riconoscibilità.

Oggi fenomeni come il blogging, il social-networking, l’auto-publishing, il content marketing, il personal-branding e quant’altro possa venire in mente a riguardo, offrono strumenti che ognuno può inserire nel proprio mix comunicativo e relazionale, nella configurazione più personalizzata ed appropriata possibile, senza peraltro dover necessariamente essere in possesso di conoscenze informatiche di livello elevato.

Personalmente credo che questo sia un valore e che la possibilità di immediato accesso a strumenti così potenti non possa che dare, democraticamente, all’uomo del terzo millennio capacità espressive di livello assolutamente sconosciuto ai suoi predecessori. Ciò però, come tutte le ‘forze’ implica una maggior responsabilità di utilizzo ed il rispetto delle buone pratiche, quantomeno basiche, che le caratterizzano.

Se infatti l’assunto, che spero di aver ben reso nella parte precedente di questo post, è che tutti ma proprio tutti i possessori di un blog, titolari di profili social, gestori di e-mail newsletter e quant’altro abiliti al delivery di informazioni presso masse, più o meno piccole, più o meno distinte, di audience si possano definire media, sorge spontaneo interrogarsi su come sia possibile distinguere un’attività mediatica vera e propria dal mero rumore di fondo della rete …

Domanda non facile, troppo soggettiva la risposta e troppo densa di implicazioni che possano ledere la sensibilità di chi affronta queste attività, solo all’apparenza di facile implementazione, con tanta energia, positività e buona volontà giustamente attendendosi risultati almeno pari alle energie profuse.

Preferisco quindi non rispondere in maniera diretta, ma soltanto riformulare in maniera più definita i meta-concetti espressi in quella dichiarazione di ben 12 anni e mezzo fa, paradossalmente più applicabili ed attuali oggi che al tempo in cui fu rilasciato lo statement ..

Un percorso personale - Quanti abbiano intrapreso nella propria vita un percorso di auto-miglioramento, un’arte marziale o qualsiasi altra attività che comporti un approccio graduale alla conoscenza, sanno bene che ogni percorso è sempre parallelo e mai tangente a quello degli altri individui, per cui il metro di confronto è sempre rappresentato dalle proprie esperienze, mai da quelle degli altri, peraltro raramente trasmissibili nella loro vera essenza.

Se è quindi comprensibile che un novizio che entri in una palestra di Judo si veda annodare dal Maestro una cintura bianca e, comprensibilmente ripeto, senta una spinta fortissima ad emulare quell’arcobaleno di ‘cinturati’ che inizialmente lo utilizzeranno come ‘spolvera-tatami’, solo la consapevolezza del proprio ruolo, la costanza nell’applicazione e la sana aspirazione di progredire nel proprio percorso lo ‘eleveranno’ verso stadi più alti.

Non vorrei aggiungere molto a quest’immagine, ma va da sé che qualunque aspirante-media, non lo sia effettivamente fin tanto che non raggiunga la piena consapevolezza di esserlo. Questo è però soltanto il punto di partenza, perché solo costruendo una propria via, sufficientemente distintiva e personale, ci si potrà effettivamente rendere distinguibili dal rumore di fondo della rete.

Tradotto in termini pratici … il vero personal-media non è solo una cassa di risonanza per contenuti di altri (vedi ‘istituto’ del ‘copia ed incolla’) ma l’emittente dei propri. Qualora egli si ponga come ‘amplificatore’ di contenuti terzi lo fa – sempre – ri-codificandoli secondo il proprio stile personale e mettendoci qualcosa di suo.

Non ci sono regole fisse - Provo sempre una grande tenerezza quando leggo alcuni post ormai diffusissimi sui blog americani del tipo ‘le sei regole per fare questo’ o ’le 10 cose che devi fare per fare quello meglio degli altri’, intendiamoci … le best practice esistono e vanno prioritariamente seguite! Non è però un segreto che questi articoli, quantunque cliccatissimi, siano creati appositamente per intercettare l’attenzione di praticanti della materia oggetto del post a fini meramente speculativi. Ho sempre ritenuto questo genere di contenuti una perdita di tempo preferendo reperire in rete corsi di e-learning realmente istruttivi, spesso gratuiti.

No pain … No gain … 100 articoli di quel tipo non valgono uno qualsiasi di questi corsi. Per chi non abbia voglia di intraprendere un corso strutturato, in rete ci sono tantissimi blog, anche in lingua italiana, condotti da professionisti, spesso anche molto giovani, realmente competenti che offrono contenuti originali, pregnanti e ben redatti.

Ripeto le buone pratiche esistono … le regole no, la differenza è notevole e spesso prendere per ‘oro colato’ una pseudo-regola può comportare effetti indesiderati, meglio valutare indicazioni, suggerimenti ed al limite consigli. Sul web la prudenza non è mai troppa e sempre più spesso effettuare operazioni in maniera acritica può divenire un problema.

Utilizzo incrociato di più network - Nell’articolo oggetto di questo post, trovate una lista di social-network che, per la maggior parte, oggi non esistono più. Il mobile ha decretato la fortuna di alcuni social facendone dei leader di mercato. Usiamo Linkedin per il business, Facebook per il lifestyle, Twitter per il micro-blogging, Instagram per il visual-branding e pochi altri, questi social-network, oggi sempre più simili ai social-media (e purtroppo sempre più simili tra loro), rappresentano il main-stream del social.

Vi dicono che dovete esserci, ma nulla vi vieta di essere presenti in alcuni e non altri o di utilizzarli in maniera non convenzionale, ad esempio usare Facebook per generare contatti lavorativi al posto di Linkedin.

Anche l’utilizzo di social network alternativi può risultare proficuo, ad esempio Xing è molto diffuso in Germania e potrebbe essere un buon mezzo per generare lead o partnership commerciali in questo Paese, a patto che si parli il tedesco. Viadeo è molto diffuso in Francia e per chi sappia parlare il Cinese, c’è Dajie con 30 milioni di utenti.

Bagaglio di strumenti lavorativi - Se i social e gli altri strumenti web 2.0, rappresentano gli strumenti per sviluppare il proprio potenziale mediatico sul web. Alla lunga non è sostenibile, a mio parere, l’utilizzo esclusivo di questi strumenti senza averli inseriti nel proprio personale bagaglio professionale ed averli sapientemente integrati nel proprio ‘palinsesto’ lavorativo.

La presenza agli eventi, l’iscrizione e la partecipazione ad associazioni ed ordini professionali e tante altre attività off-line rappresentano ancora una parte importante del nostro lavoro e, anticipandovi un mio prossimo post sull’argomento, è mia personale convinzione che in un futuro molto prossimo si riscoprirà il lato 1.0 della vita, sia sotto l’aspetto lavorativo che quello professionale.

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* Consiglio a tutti, peraltro è reperibile facilmente in rete, il libro ‘Sesto Potere’, per i tipi di Apogeo, scritto esattamente venti anni fa dai colleghi Salvatore Romagnolo, Vittorio Pasteris e Ennio Martignago. Un lavoro che nell’anno 2 del web, al netto dell’obsolescenza odierna di molti argomenti tecnici trattati, intravide per primo le potenzialità in termini di soft-power dell’allora nascente sistema globale di comunicazione telematica.